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SOSIA O SON DESTO





Chissà quante volte abbiamo usato la parola “sosia” senza conoscerne la sua origine. Essa è autenticamente latina, e risale più precisamente a una commedia di Plauto; l’“Amphitruo“. Da noi conosciuta come Anfitrione, padre “adottivo” di Ercole. Commedia o meglio tragicommedia come definita da Plauto stesso nel prologo. Plauto con questo testo irrompe nel mito. Anfitrione, infatti, è l’unica tragicommedia di Plauto a soggetto mitologico e racchiude in sé tutta la grandezza del commediografo. Per la prima volta un personaggio della letteratura occidentale incontra il suo “doppio”. Quante volte ancora lo farà: pensiamo a Hoffman, a Poe, a Pirandello, a Dostoevskij.
Siamo a Tebe, mentre Anfitrione sta guidando l’esercito Tebano nella vittoriosa battaglia contro i Teleboi portandosi al seguito il fidato servo Sosia, Alcmena attende a casa il marito. La sua bellezza fa però incapricciare Giove che si presenta a lei, ignara, con le sembianze di Anfitrione godendo con la donna di un “buon commercio”. Mercurio, a sua volta, volenteroso di aiutare il Dio padre nei suoi intrighi, prende le sembianze del povero Sosia. Quando ritornano il vero Anfitrione e il vero Sosia i due Dei si divertono a prendere in giro anche loro in modo assolutamente singolare. Un testo che ci ha permesso di giocare al teatro e soprattutto ci ha permesso di metterci in gioco come compagnia tutta, dato che per scelta abbiamo creato i due doppi, uno uomo, uno donna. L’equivoco che diventa conflitto tra mortali e divinità si trasforma in gioco, arricchito anche da giochi d’ombra e stratagemmi teatrali.































 

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